L'architettura nel vuoto

Le case non parlano,

ma ricordano.

Ricordano le mani che hanno girato una chiave senza sapere che sarebbe stata l’ultima volta.
Ricordano le stanze piene di voci che oggi trattengono solo aria.
Ricordano promesse fatte davanti a finestre aperte,
quando il futuro sembrava avere spazio.

Ci sono luoghi che non vengono abbandonati di colpo.
Si svuotano lentamente.
Prima se ne va il rumore, poi l’abitudine, infine il desiderio di restare.

Le pareti restano in piedi, ma non sostengono più nulla.
I pavimenti non scricchiolano:
non perché siano solidi,
ma perché nessuno li attraversa.

Una casa può essere perfetta
eppure non essere più una casa.

Può avere luce, ordine, silenzio.
Ma se nessuno vi aspetta qualcuno,
se nessuno torna,
se nessuno lascia qualcosa di incompiuto sul tavolo,
diventa solo un contenitore di tempo fermo.

Ci sono città così.
Non falliscono.
Non crollano.
Non vengono distrutte.

Semplicemente smettono di essere necessarie.

Le persone se ne vanno senza rabbia.
Senza scandalo.
Con una calma che fa più rumore di qualsiasi crisi.

E i luoghi restano lì,
inermi,
come frasi non finite.

Forse abitare non è possedere uno spazio.
Forse abitare è lasciare una traccia che resiste all’assenza.
Un gesto.
Un disordine.
Un errore.

Quando anche quello scompare,
resta solo l’architettura del vuoto.

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